
C’è una parola importante, solidarietà, che nel libro in realtà ho usato poco, solo dodici volte, ma che ugualmente attraversa con forza tutte le sue pagine. Una di queste dodici volte è a proposito di una lettera che gli studenti jesini consegnarono agli operai della Sima tramite il sindaco Gabriele Fava.
Era il 20 gennaio del 1987, giornata di sciopero cittadino con comizio in piazza, stava iniziando l’anno decisivo della vertenza, quasi l’ultima carta disponibile, il tentativo di traghettare la Sima nel regime della Gepi, operazione necessaria per consentire i passaggi ulteriori verso l’ingresso di un nuovo imprenditore capace di credere nelle possibilità di ripresa dell’azienda.
Qualche giorno prima del convegno aveva già ricordato questo episodio Maurizio Gabrielli, della Fiom, durante la conferenza stampa, forse lui stesso – Maurizio stava ricostruendo in diretta con noi i suoi ricordi personali – tra i firmatari di quella lettera. Poi la sera del convegno il 22 marzo è stato lo stesso Gabriele Fava a ricordare di nuovo l’episodio, citando il numero esatto degli studenti che avevano firmato la lettera, 1.364, quando non esisteva il comodo like di fb da cliccare a distanza magari svogliati o anche a sproposito, ma bisognava andare lì di persona con la penna in mano, e poi consegnarla quella lettera durante il comizio, in delegazione, con tutti gli altri studenti in piazza mescolati agli operai. Fava ci ha letto anche il testo originale della lettera:
“Noi, studenti delle scuole superiori di Jesi, consapevoli del nostro ruolo e della nostra importanza all’interno della società, abbiamo deciso di essere solidali in questo giorno, al di là di ogni adesione politica e ideologica, con quei lavoratori che legittimamente rivendicano il diritto al lavoro e alla salute delle aziende jesine (….) fra pochi anni il mondo dovrà accogliere anche noi. Siamo convinti che formarci per un futuro diverso sia non solo un nostro diritto ma soprattutto un nostro dovere. Non deludete i nostri sforzi e le nostre speranze.”
Un testo che trovo molto bello, capace di esprimere subito nella sua immediatezza, senza fronzoli, lo spirito dell’intera città attorno a questa lotta dei lavoratori della Sima, perché una lotta non è soltanto una rivendicazione ma è anche cultura e senso dell’identità.

Ringrazio Gabriele Fava per il suo intervento, le belle parole usate per il libro e per il lavoro che vi ho dedicato, e lo ringrazio per le testimonianze e i documenti, compresa questa lettera, che la sera del 22 ha condiviso con noi; il suo intero intervento è possibile leggerlo qui.

Preziosi anche tutti gli altri interventi, dall’introduzione di Ero Giuliodori, che ha proposto anche uno sguardo generale e storico sull’importanza della Sima e dei lavoratori della Sima già dagli anni Cinquanta, citando figure storiche come Oscar Capecci. Poi è intervenuto Aroldo Cascia, per me doppiamente prezioso perché nei quattro anni dedicati al libro ho potuto tenere con me a casa sempre a disposizione il suo prezioso archivio, che poi integravo uscendo a consultare gli altri due archivi utilizzati, in particolare quello di Cesare Tittarelli. E proprio Cascia ha voluto chiudere il suo intervento con un ricordo personale di Cesare Tittarelli, non solo nella sua militanza politica e sindacale ma anche come operaio solidale con gli altri fino all’assunzione dell’ultimo cassaintegrato, e poi la professionalità dell’operaio, che corrisponde sempre ad un lavoro inteso come diritto e dignità da riconoscere. Daniela Barbaresi, che non è testimone della Sima di allora ma del sindacato di oggi, in quanto lei è il segretario generale in carica della Cgil regionale, nel suo intervento ha sottolineato proprio l’importanza di rendere omaggio al valore e alla dignità di queste lotte degli anni passati, per il significato che ancora sono capaci di trasmettere alle lotte di oggi.
Lascio per ultimo Giordano Mancinelli, che in realtà come ex presidente del Consiglio di fabbrica è stato il primo a prendere la parola, perché voglio citare qui la chiusura del suo intervento.
«Sento infine la necessità di sottolineare, anche se sono passati trenta anni, che nel mentre tutti si impegnavano ed erano vicini e attivi nella ricerca di soluzioni anche imprenditoriali, la totale assenza della Confindustria nella ricerca e nell’indicare proposte per favorire la soluzione della crisi. Il compianto Oscar Barchiesi, allora segretario regionale della Fiom, disse che il padronato aveva teorizzato la chiusura della Sima, in quanto si voleva dimostrare che dove il Sindacato è forte le aziende vanno in malora. Concetto riportato anche nel libro dedicato al centenario della Camera del Lavoro di Jesi. Invece noi alla Sima abbiamo dimostrato che dove il Sindacato è forte e gli imprenditori per loro responsabilità portano le aziende sul lastrico, queste, proprio per merito dei lavoratori e della loro forza, si possono salvare. »

Questo rende ancora più evidente perché La Simeide fu una lotta vincente: non solo perché quello stabilimento oggi ancora esiste e vi lavorano duecentocinquanta operai, ma perché questo è stato reso possibile proprio perché il sindacato ( e il “sindacato” in azienda erano loro) era forte e aveva attorno la solidarietà della città.
Qual era l’elemento che dava maggiore forza? Secondo me proprio questa parola, con cui ho aperto questo articolo, la solidarietà. Non solo quella che gli operai ricevevano (nel libro cito oltre agli studenti perfino uno scambio di lettere tra il parroco della chiesa di San Pietro e il Cdf) e si scambiavano tra loro, ma esprimevano anche verso l’esterno, agli altri, compreso il futuro di quegli studenti. In un’epoca, come quella attuale, nella quale la propaganda reazionaria ha tra i suoi slogan più insistiti quel becero “prima gli….”, cito direttamente dal libro un altro significativo episodio di solidarietà, che ho ricostruito da un comunicato del Cdf del 12 dicembre 1980:
«Accade in questi giorni un episodio curioso, che ci mostra come l’attenzione degli operai resti viva, nonostante tutto, anche sui problemi generali. È in corso un’iniziativa sindacale per una trattenuta in busta paga a favore delle popolazioni colpite in ottobre dal terremoto in Irpinia e l’azienda ha fatto circolare un modulo da far firmare agli operai che non vogliono effettuare la trattenuta: il Cdf condanna l’atteggiamento della Direzione e invita a distinguere tra i comportamenti e le responsabilità istituzionali sul terremoto e gli aiuti tramite un’iniziativa autonoma del sindacato, e invita tutti a una responsabile riflessione su questa iniziativa di solidarietà che ha anche un valore politico. »