La gente che in questi giorni attraversa la Galleria del Torrione, dove insieme al supermercato omonimo ci sono gli altri negozi del Centro commerciale, può vedere esposte nella vetrina di Binci, il fotografo, alcune gigantografie originali in bianco e nero, degli anni Cinquanta, fissate su pannelli e incorniciate “a giorno” da un profilato di plastica bianca.
Queste e tante altre foto simili arredavano le pareti di uffici e corridoi della moderna palazzina in fondo a via Mazzini disegnata dall’architetto Marco Zanuso insieme agli arredi, anch’essi dispersi o distrutti durante lo smantellamento dell’importante complesso industriale. Sul terreno un tempo occupato dalla SIMA sono sorti i suddetti negozi, gli studi privati, gli appartamenti e il posteggio. Anche se sono passati solo alcuni decenni dalla chiusura della fabbrica, anche la maggior parte delle persone che passano qui abitualmente, o che ci abita o ci lavora, ignora che qui per anni è stata attiva la principale e più avanzata industria della zona. Industria che ha dato lustro alla città e lavoro fino ad oltre settecento dipendenti.
Queste poche foto rappresentano solo un modesto ma significativo ricordo della SIMA, l’industria leader nel settore delle macchine olearie e, nel giorno della Festa dei Lavoratori, un pensiero a tutti coloro che qui si sono avvicendati giorno dopo giorno al suono della sirena.
Ezio Bartocci, Jesi, 1 Maggio 2023
Dal libro “La Simeide”di Tullio Bugari, (Seri editore, 2019)
… la Sima torna a crescere e nel 1952 rinnova gli stabilimenti e la palazzina degli uffici. Il progetto è di Marco Zanuso. I due capannoni nuovi, non visibili dalla strada perché nascosti da quello più vecchio, hanno spazi più ampi e funzionali, alti, luminosi e arieggiati. Zanuso è giovane e all’inizio di una carriera che gli procurerà riconoscimenti in tutto il mondo. Inizia a collaborare con Adriano Olivetti per il quale realizzerà gli stabilimenti di Scarmagno a Ivrea e altri in Argentina e in Brasile. Per descrivere il suo lavoro viene coniato il termine “umanesimo zanusiano”: le fabbriche di Zanuso hanno una loro ‘urbanistica interna’, fatta di relazioni, spazi aperti e chiusi, flussi di persone e materiali, rapporti fra esterno e interno. Le funzioni accessorie si dislocano con logica intorno alle zone produttive, esercitando anche un ruolo di mediazione e raccordo con il paesaggio circostante e con il contesto che vive intorno alla fabbrica. La composizione in pianta e gli ambienti che vengono creati non sono disgiunti dallo studio approfondito di strutture e impianti, che a loro volta si integrano tra loro, evitando, appunto, la giustapposizione di elementi. Zanuso realizza anche la palazzina uffici, un edificio visibile ancora oggi in via Mazzini. Curò anche gli interni e i dettagli, i mobili e altri oggetti che finirono all’asta all’inizio degli anni Novanta, al tempo della demolizione dei capannoni. Nella sua carriera Zanuso crea radio, televisori, telefoni e altri ancora oggi riportati nei cataloghi specializzati. Nel 1959 vince un premio anche per una macchina olearia della Sima, un separatore d’olio. Si dedicò anche alla ricerca e applicazione di materiali innovativi, quali il poliuretano, o l’uso della gommapiuma nelle poltrone o sedili per automobili…
MARCO ZANUSO (Milano, 14 maggio 1916 – Milano, 11 luglio 2001)
Destini incrociati. Mi veniva in mente il romanzo “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino, ieri sera, mentre al presidio dei lavoratori Cat di Jesi ascoltavo gli interventi, alternati tra loro, dei delegati delle rsu della Caterpillar di Jesi e del collettivo della Gkn di Campi Bisenzio (qui per la prima tappa dell’Insorgiamo tour).
Nel romanzo di Calvino, del 1973, alcuni viandanti, da direzioni diverse, si perdono in un bosco e si incontrano in un castello, ma hanno perso l’uso della parola, così per raccontarsi le loro storie possono usare solo un mazzo di tarocchi, che a turno dispongono sul tavolo e ad ogni sequenza delle carte corrisponde un racconto, che però può essere interpretato anche in più modi, o è aperto a più possibilità, da scoprire e trovare, o provare a raccontare da punti di vista diversi, ma usando sempre e soltanto le carte, iniziando così, in questo modo difficile e che richiede grande immaginazione, a comprendersi e intrecciarsi tra loro.
Si parlava di Storia, ieri, di storia del territorio, del lavoro e dei suoi risultati che appartengono al territorio (anche lo stabilimento di via Roncaglia a Jesi è figlio di quella storia, delle lotte della Sima) e a chi di quel territorio è parte costitutiva; rispondendo con la materialità del territorio alla virtualità delle proprietà finanziarie, che come bolle crescono sulle spalle dei vari territori, e come bolle quasi ne respirano l’aria. La storia non come un amarcord nostalgico ma come parte della realtà odierna, la nostra narrazione che siamo noi.
La Gkn, come multinazionale, entrò allora, per un momento, nella storia della Sima. La Simeide. Nel 1980, nella prima fase della crisi, quando il vecchio proprietario, quello che aveva causato il disastro, era stato messo nella condizione di non decidere più e altri tentavano ancora il salvataggio, con prestiti bancari ( era stata capofila del pool di banche la Cassa di Risparmio di Jesi) e con imprenditori che volessero investire direttamente in Sima. A luglio vennero a Jesi il Presidente Wilkinson e il principale azionista Butler, poi erano andati in Inghilterra l’allora amministratore della Sima, l’americano Raffaldini accompagnato da Rossignolo della Fiat, in quel momento il numero uno della riorganizzazione internazionale della Componentistica Fiat (di Rossignolo nel libro La Simeide parlo in un breve capitolo intitolato “Piccoli animali di cortile”, riprendendo una sua espressione per definire con nonchalance il parco buoi dei piccoli fornitori Fiat).
Il Consiglio di Fabbrica e anche il sindaco di Jesi Aroldo Cascia (racconta infatti questa vicenda della Gkn anche Leonardo Lasca nel libro Aroldo Cascia il sindaco rosso, che sarà presentato a Jesi il prossimo 26 febbraio, a due anni dalla scomparsa di Aroldo), ne furono informati solo qualche mese dopo, quando gli operai alla Sima avevano iniziato ad innervosirsi, diciamo così.
Sono gli stessi mesi del braccio di ferro alla Fiat, da poco è amministratore Cesare Romiti e c’è prima la minaccia di licenziamento e poi la casa integrazione a zero ore per 23 mila operai; la vicenda si conclude male, si tira dietro pure una crisi di governo e a Torino si ha la famosa marcia dei quarantamila che chiude anche simbolicamente un’epoca sindacale. In questo contesto, già di per sé alquanto complicato, ci sono pure altre trattative commerciali per nuovi canali o accordi di fornitura tra Iveco e altri partner forse americani, e a livello nostrano c’è pure il muoversi in libertà di diversi politici che per protagonismo promettono nuove strade che forse nemmeno esistono.
Solo confusione. Alla fine la trattativa salta, tanto più che Gkn chiede una cessione del pacchetto azionario senza nessuna contropartita, una sorta di resa senza condizioni, così alla fine non si fa più nulla e l’ad della Sima, l’americano, si dimette perché la sua strategia ha fallito, aprendo alla Sima un periodo di interregno, con amministratori che si dimettono uno dietro l’altro.
Intanto, lo scontro ha evidenziato uno scenario non solo localistico ma internazionale, e il Consiglio di Fabbrica inizia a muoversi di conseguenza, comincia a prepararsi per il momento più alto della scontro, quando nel periodo di carnevale del 1981 si forzerà la mano con un bel blocco delle merci, così totale che ne sentono il colpo anche alla Iveco, dove diverse linee produttive sono costrette a rallentare, ma è questo il modo per andare verso l’apertura, a fatica e ancora tutta incerta, di un nuova strada che possa davvero portare a degli sbocchi, e che per il momento deve passare per il commissariamento dell’azienda. Poi la lotta durerà ancora, prima di concludersi.
Si fa presto a dire lotta, occupazioni, cortei, striscioni, intanto si tratta di sacrifici, e poi dietro c’è sempre un intero mondo di “destini incrociati” che reclamano intelligenza, attenzione, interpretazioni che non conosci mai prima che le cose accadano, ma comunque richiedono ugualmente scelte altrettanto determinate; è stato bello ieri sera vedere come lavoratori di realtà diverse si ritrovino – come viandanti in un bosco intricato – in questo percorso.
Loro possono parlarsi e far sentire le loro voci (lo fanno oramai anche “simbolicamente”, come ieri sera prima dell’assemblea, inrociando i loro slogan e i loro canti di battaglia, e anche le loro parole d’ordine: #senzatregua e #insorgiamo, e anche qui si riprendono slogan partigiani di una storia che non è solo amarcord); possono far sentire le loro voci e allora i racconti che si scambiano sono come quei tarocchi da reinterpretare insieme di continuo, nella strada che devono aprirsi. Nel romanzo di Calvino alla fine uno dei viandanti commenta: «Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro».
Perché è una storia viva della città, mai interrotta e presente ancora oggi. La Sima storica andò in crisi finanziaria per responsabilità della Proprietà, e proprietario e dirigenti finirono anche sotto processo per distrazione di capitali. Produttivamente era sana, la professionalità degli operai elevata e nel proprio comparto, i cilindri oleodinamici per macchine movimento terra, era leader in Europa. Tra i suoi committenti c’era già anche la Caterpillar, che dunque conosceva bene il prodotto Sima. Quando gli operai compresero la Non volontà della Proprietà di risanare la Sima con nuovi capitali, in sostituzione di quelli distratti, dissero che aveva perso il diritto di essere proprietaria, e che se ne doveva andare via. Occuparono la fabbrica, chiesero l’amministrazione straordinaria e la ricerca di un nuovo imprenditore che volesse investire e salvaguardare il prodotto aziendale, di qualità.
Per evitare il fallimento non si doveva mai interrompere la produzione, per nessun motivo, e dovevano esserci sempre proposte di acquisto valide di nuovi imprenditori. Gli operai fecero di tutto, perfino riaprire da soli i “rubinetti” del metano quando la Snam voleva interrompere le forniture, o costituirono loro una cooperativa che presentò un piano industriale e una proposta di acquisto, in un momento in cui tutti i possibili acquirenti s’erano tirati indietro. Uno di questi miracolati imprenditori era andato perfino in galera, perché beccato, in altre aziende in crisi, a lucrare sui contributi pubblici senza risanare nulla. La Sima non si interruppe mai e non fu mai messa in fallimento. Era una girandola di proposte industriali: chi voleva produrre posate, chi macchine da corsa, arrivò pure un’azienda di rottamazione. La prima proposta seria arrivò soltanto nel 1988. Furono fermati treni per sostenere anche l’approvazione dei necessari passaggi legislativi.
Finalmente, il 9 gennaio 1989 (dodici anni dopo la prima conferenza operaia di produzione sulla Sima, l’8 gennaio 1977) nasceva la Sima Nuove Industrie e i primi operai “uscivano” dal regime di amministrazione straordinaria per rientrare in un normale rapporto di lavoro, ma lo stabilimento era sempre quello, in via Roncaglia (quello di via Mazzini invece fu chiuso e demolito), e la stessa produzione, e quindi di era la continuazione, su basi nuove e risanate. La lotta aveva vinto. Se quello stabilimento di via Roncaglia ha potuto continuare la produzione, gran parte del merito fu di quella lotta, senza la quale non ci sarebbe stata nemmeno la presenza, per 25 anni, della Caterpillar.
Certo, non erano più i 700 operai della Sima di un tempo; nel gennaio del 1989 ne restavano 400, alcuni erano prossimi alla pensione, e nonostante gli accordi presi, cento di loro furono lasciati fuori, senza fabbrica, e ci fu un’ulteriore coda della lotta, ancora più amara, per cercare almeno una collocazione in un’altra azienda. L’ultimo “senza fabbrica” fu assunto dalla Ionic Italba nel 1996, venti anni dopo l’inizio di tutto.Per questo la loro lotta mi è sembrata un’epopea e l’ho chiamata La Simeide.
Il titolo completo però è “La Simeide, una lotta vincente”, perché questo fu l’esito, anche se con molte amarezze. La Sima non fallì mai, non smise mai di produrre, e nel 1996 la Nuova Sima Industrie cedeva la proprietà alla Caterpillar, la quale conosceva già bene il prodotto Sima, e prendeva in mano un’azienda già risanata, valida, con un prodotto di qualità e una professionalità operaia elevata, e così continuò nello stesso stabilimento la stessa produzione. Fino ad oggi. Questa storia gli operai di oggi la conoscono bene, è arrivata fino a loro e vogliono proseguirla.
Ma non è solo una storia operaia, è invece dell’intera città, che si è intrecciata con queste lotte e che ha qui un pezzo della propria identità, perché senza la partecipazione di tutta la comunità, gli operai da soli, seppure determinati e sempre al centro delle iniziative, non ce l’avrebbero fatta. Un’azienda è il suo territorio, è di tutti, non è un giocattolo nelle mani esclusive di qualcuno che si crede libero di fare ciò che vuole.
“LA SIMEIDE. UNA LOTTA VINCENTE”. Sì, ma a che prezzo? In questi giorni che si è aperta la crisi alla #Caterpillar di Jesi, m’è capitato d’avere avuto alcune conversazioni private nelle quali, è ovvio, riemerge il paragone con la storica Sima, di cui lo stabilimento attuale di via Roncaglia è la diretta continuità. M’è stato chiesto, essendo io l’autore di quel libro, quali sono secondo me le differenze e le somiglianze, e non è mancata nemmeno la battuta sugli operai di una volta, che quelli sì… Sì, è anche vero che durante il lontano “autunno caldo” la parola Operaio si scriveva con la maiuscola, ma non furono certo tutte rose e viole, e forse anche quel sottotitolo al mio libro, “Una lotta vincente”, più che doveroso perché furono davvero gli operai e i dipendenti tutti, con la loro lotta, e insieme a loro la città, a vincere e salvare l’azienda, assicurandone la continuità produttiva. Io però non auguro agli operai della Caterpillar di vincere in quello stesso modo.
Ho chiamato il libro Simeide perché fu un’epopea, ma l’epica resta soltanto un modo di raccontare, arriva dopo, quando sappiamo già come è andata a finire. Il difficile è raccontarlo prima, cioè costruirlo quell’esito. Nel libro cerco di immaginare le scelte di lotta degli operai giorno per giorno, seguendoli io stesso nel racconto attraverso quello che loro stessi scrivevano sul momento, sui loro volantini e comunicati, quando davanti a loro era ancora tutto incerto e ogni scelta poteva aprire chissà quali strade, oppure chiuderle.
La Simeide è come l’Iliade e l’Odissea sommate insieme, anche nella durata, durò venti anni, ma alla Sima la fase “guerreggiata” fu anche più lunga, ci vollero ben 12 anni per arrivare nel 1989 (dopo occupazioni, commissariamenti, girandole di imprenditori improvvisati che fiutavano solo l’affare dei contrbuti pubblici) all’accordo che consentiva la ripartenza, con la “Nuova Sima” che acquistava gli impianti e riassumeva gli operai dopo la loro liquidazione della loro “vecchia” Sima, per proseguirne la stessa produzione.
Non auguro di sicuro agli operai CAT (chissà perché in questi giorni sto iniziando a immaginarli un po’ come i gatti nella notte: solo loro possono immaginare ciò che troveranno davanti in questa notte che si è aperta) di impiegare anche loro 12 anni, di dover resistere così tanto. Furono 12 anni di cassa integrazione pagata con messi di ritardo, di denunce e processi quando erano costretti a fermare i treni o a sequestrare i tecnici del gas che andavano a interrompere le forniture, bloccando definitivamente la produzione, e così via (“Mica lo sapevamo se saltavamo tutti in aria”, mi raccontava l’operaio che si trovò a girare quella manopola del gas che io immagino grande come il volante di un camion). Poi sì, una volta ci fu anche un pretore che disse: “Non è reato lottare per il posto di lavoro”, ma erano eccezioni, non accadevano così spesso (e comunque, questo sì, era forse anche il segno dei tempi, di un’altra cultura).
Non gli auguro 12 anni di lotta. Poi ci fu anche “l’Odissea”, cioè il ritorno a casa, le riassunzioni alla Nuova Sima, ma non furono per tutti, un centinaio rimasero fuori nonostante l’accordo, fecero un comitato, “dei senza fabbrica” furono chiamati, e la casa a cui tornare se la dovettero cercare da un altra parte. L’ultimo “senza fabbrica” fu ricollocato 8 anni dopo e solo allora il loro portavoce, Cesare Tittarelli (che era stato il penultimo, appena pochi giorni prima), dichiarò sciolto il Comitato per aver terminato il proprio mandato; un Comitato che oltre ad essere uno strumento di lotta era stato anche una “cassa di compensazione” di tante amarezze, sostenendosi insieme tra loro. La ricollocazione dell’ultimo cassaintegrato coincise anche con la fine della fase intermedia, quella della “Nuova Sima”, con il passaggio alla Caterpillar, e sembrò che dovesse nascere una nuova storia, separata dalla precedente.
Io “la storia” della Sima l’ho definita nel libro una lotta vincente, includendo anche loro, i “senza fabbrica”, perché non hanno mai mollato, nonostante la divisione che purtroppo s’era anche creata. Dopo che erano stati privati del ritorno a casa, mi sembrava eccessivo privarli anche del merito della vittoria alla quale avevano contribuito in prima persona, per uno stabilimento che non chiudeva e una produzione che restava viva e qui in città.Una vittoria con il retrogusto amaro, la definisco, ma per questo ancora più piena e veramente di tutti.
Una vittoria che costò un prezzo molto alto, sacrifici enormi, e che a molti di loro sottrasse un ampio arco della vita lavorativa. Certo, poi, giustamente diventa racconto ed epica, emergono perfino gli aneddoti, i momenti divertenti (quando in una delle tante “gite romane” capitarono ad un ricevimento organizzato non per loro ma, già che c’erano, come cavallette spazzolarono via tutto ciò che c’era sui vassoi), o quelli significativi e carichi di forte sentimento, come quando si trovavano lì insieme in mezzo ai binari e all’arrivo della telefonata da Roma che annunciava l’accordo, loro per scaricare l’enorme gioia, e tensione, afferrano il Sindaco, che era lì con loro, e lo lanciano in aria per festeggiare.
Non si augura a nessuno di passare quello che hanno passato gli operai della Sima, sostenendo un costo così duro. Semmai è il contrario, è proprio perché lo si deve a loro questo stabilimento che è un pezzo dell’identità di questa città, che va salvato di nuovo, perché il prezzo è stato già pagato e ora c’è solo da rispettarlo. Quel prezzo, gli operai della Sima lo hanno già pagato, non solo per loro ma anche per il futuro di questa realtà.
Oggi rispetto ad allora tutto è diverso, non ci sono paragoni; è come un fiume, dove ciò che resta uguale è soltanto il suo scorrere, come il conflitto di classe (termine obsoleto, che si usava normalmente al tempo degli operai con l’iniziale maiuscola) che pur in forme diverse continua a manifestarsi ogni volta che il “profitto” entra in conflitto con i “salari”. Le forme cambiano. Al tempo della crisi della Sima la Proprietà era ben individuabile fisicamente, aveva un nome e un cognome (finì anche sotto processo), il fine era esasperare il profitto e per questo mise in crisi finanziaria l’azienda pur avendo un prodotto di qualità e leader sul mercato europeo; gli operai posero fin dall’inizio l’obiettivo (per nulla rivoluzionario ma molto pragmatico) che per una volta era meglio che anziché gli operai ad andarsene fosse “la Proprietà”, e ci vollero 12 anni per avere un nuovo imprenditore con un piano industriale rispettoso di quella storia e di quella professionalità operaia.
Oggi nel mondo della globalizzazione finanziaria le proprietà sono molto più eteree, non si è nemmeno più sicuri che esistano davvero o che siano loro a scegliere anziché metafisici algoritmi, sono impalpabili, azionariati diffusi tra fondi a loro volta combinazioni di altri fondi, e gli andamenti dei mercati finanziari ne “dettano” i rendimenti, senza curarsene, ancora una volta, della effettiva qualità del prodotto, e di qualsiasi altra cosa, dall’importanza che questa storia ha per la comunità locale alla sorte delle 260 famiglie più tutte le altre interessate dalle lavorazioni dell’indotto. Ma al di là di tutto, forse è sempre lo stesso problema, pragmatico, di avere un imprenditore legato alla qualità del prodotto e alle sorti della comunità locale. Non vado avanti su questo, non ne so nulla dei dettagli della situazione attuale, dipende dagli operai saper valutare, approfondire, individuare le vie d’uscita e portarle avanti con la massima autonomia e determinatezza, scovando ogni volta le vie giuste (“Non sapevamo più che cosa inventarci” è un’altra delle frasi importanti che ho ascoltato dagli operai di allora), e a chi sta attorno, alla “comunità locale” (che a dire il vero è un concetto molto complesso), aspetta di dare tutta la propria solidarietà, purché sia attiva e non compassione. Ma non è semplice e scontato averne consapevolezza.
Nessun preavviso, al momento non si sa nulla di più. Lo stabilimento è quello dell’ex Sima, salvata allora dagli operai dopo una dura e impegnativa lotta durata venti anni e che coinvolse tutta la città, in più fasi e purtroppo lasciando comunque fuori alla fine un centinaio di operai, fino a che nel 1996 divenne proprietaria la multinazionale Caterpillar, rinormalizzando la situazione e proseguendo la stessa produzione storica per cui lo stabilimento di Jesi era stato leader in Europa.
Qualche anno fa ho ricostruito le tappe di quella lunga stagione di lotta nel libro LASIMEIDE , e fui anche invitato allo stabilimento di via Roncaglia anche dalle rappresentanze sindacali aziendali per ricordare con gli operai di oggi le lotte di ieri. Come se si trattasse di una storia del passato, e invece eccola anche qui, oggi.
Nell’immediato, a caldo, possono venire in mente soltanto alcune macro differenze di contesto (oltre a quello dei modelli di partecipazione politica e sociale di allora, che consentivano comunque il forte protagonismo di chi ci lavorava); allora, in quel modello economico, la causa principale della crisi era stato il trasferimento all’estero di risorse da parte della proprietà e il sentore delle difficoltà c’era tutto, si riusciva bene o male a recuperare nformazioni per tempo e a capire che stava succedendo; a gennaio del 1977 era stata organizzata una conferenza di produzione per fare il punto sulla situazione aziendale e presto ci si rese conto che quella ‘Proprietà’ non era affidabile e andava estromessa. Il primo vero risultato di quella lunga azienda si ebbe soltanto dodici anni dopo, in una situazione quasi epica e la necessità di dover fermare più volte i treni alla stazione; poi ancora alcuni anni, altrettanto difficili, prima della normalizzazione con la Caterpillar.
Oggi, in questa nuova fase di globalizzazione, tutte le scelte sembrano volare così in alto che non si ha più nemmeno il sentore di nulla, le realtà locali non contano nulla per chi guida le aziende e dispone a piacimento del lavoro, trasferendolo qua o là. E sicuramente anche le comunità locali hanno una percezione diversa, meno diretta, ci si coinvolge di meno su ciò che può accadere in uno stabilimento del proprio territorio.
E invece è ora di nuovo delle solidarietà da ricostruire, su basi magari nuove, perché credo che anche oggi, pur nelle condizioni diverse, si possa fare qualcosa e reagire a queste scelte aziendali che azzerano posti di lavoro e un intero comparto; e magari riuscire ancora oggi a trovare dei risultati, come ad esempio si può vedere da altre situazioni aziendali odierne in crisi più o meno simili, tra le quali la più vicina a noi è quella della Elica.
Non so bene perché e in base a quale strana suggestione di assonanze – forse per i richiami ai cambi di strategia produttiva, in vista di un ampliamento dei mercati? Oppure per un richiamo a condizioni di lavoro “psicofisiche” più dignitose? – ma oggi ho voluto raccogliere proprio qui, su questo blog dedicato alle storiche lotte alla Sima di Jesi, così giusto per conservarne memoria in archivio, un po’ di rassegna stampa su cose operaie di oggi, 28 novembre 2019, che potrebbero anche essere di “normale amministrazione”, sullo stabilimento di Jesi del gruppo CNH Industrial, uno dei più importanti presenti nella regione. Due articoli usciti in contemporanea su due giornali online molto attenti, sempre, a tutto ciò che riguarda questo nostro angolo di mondo, e in questo caso specifico ci riferiscono direttamente le dichiarazioni dei delegati dei lavoratori.
Jesi, davanti ai cancelli dello stabilimento CNH, da sinistra: Tiziano Beldomenico, Lorenzo Morganti, Giacomo Scaloni, Maurizio Gabrielli e Francesca Casavecchi
Il primo, QdM, riporta già nel titolo le tre parole chiave scelte dalla Fiom: salute, sicurezza, futuro, e nel sottotitolo aggiunge il commento degli operai: «A noi va bene crescere sul mercato ma in condizioni psicofisiche dignitose. La forza lavoro va rigenerata, viene chiesto sempre di più ma non c’è mai stato un aumento». La fabbrica attualmente – viene spiegato nell’articolo – conta 780 lavoratori e lavoratrici, di cui 90 impiegati, con una media di 55 anni di età, senza considerare le ditte esterne. Fino a quattro anni fa i lavoratori erano 1.000: «Serve forza lavoro giovane e formata – spiega Lorenzo Morganti, delegato Rsa Fiom Rsl. Negli ultimi tempi ci sono stati tre gli incidenti, di cui due gravi, ai quali sono seguiti gli scioperi. Ci viene chiesto sempre di più ma le linee sono 10, l’età media è alta e non vengono fatte assunzioni dal 2014. Da allora, inoltre, siamo in cassa integrazione ordinaria per circa 20 giorni all’anno».
L’azienda ha comunicato una nuova strategia industriale: «L’idea è quella di aggredire il mercato con una produzione nuova per diventare leader in quello europeo e non solo: ciò comporta investimenti per lo stabilimento jesino che non ci trovano contrari. Vogliamo capire però cosa comporta per il nostro stabilimento» continua Morganti. L’azienda ha già annunciato la chiusura di uno stabilimento a Milano e di un’altro a Torino. In altre strutture la produzione di alcune parti sono state trasferite verso mercati del lavoro più convenienti, come la Turchia.
«A noi va bene crescere sul mercato – precisa Giacomo Scaloni, anche lui delegato Rsa Fiom -, ma in condizioni psicofisiche dignitose. La forza lavoro va rigenerata. Le specialine, trattori per vigneti e frutteti che sono il 30% della nostra produzione, sono stati il salvavita di questo stabilimento: ora ci si chiede di lavorare anche per mezzi molto più grandi allo scopo di conquistare il mercato. La nuova sfida va bene ma devono esserci certezze o l’azienda è a rischio anche per le generazioni future. I ritmi aumentano ma non è possibile stare in linea di montaggio fino a 60 anni, c’è poca attenzione alla salute e alla sicurezza dei lavoratori».
«L’azienda intende aggredire il mercato con un prodotto importante – spiega Tiziano Beldomenico segretario provinciale Fiom Ancona -. Ma l’attenzione primaria è la produzione, la sicurezza invece viene dopo. Quando ci sono picchi produttivi si fa ricorso alle ditte esterne ma questi ragazzi, spesso, non hanno una formazione adeguata sul piano della sicurezza. Anche il salario è fermo dal 2014: viene chiesto sempre di più ma non c’è mai stato un aumento».
L’altro giornale è Centropagina, che ugualmente dedica il titolo a questa richiesta di «Chiarezza sul futuro e più sicurezza allo stabilimento di Jesi»; poi riporta nel sottotitolo la dichiarazione dei delegati: «L’azienda parla di investimenti ed è un bene ma non vorremmo che la strategia industriale metta in discussione i punti di forza che ci hanno tenuti a galla in questi anni». Nelle ultime due settimane tre incidenti che avrebbero potuto avere conseguenze gravi.
L’articolo conferma con altre parole quanto scritto dai colleghi di QdM, riferendo anche in questo caso le dichiarazioni raccolte dai delegati direttamente all’esterno dello stabilimento; la loro maggiore preoccupazione riguarda il significato di questo cambio di strategia, già anticipato nei giorni scorsi in un incontro a Modena, e sul quale è atteso il 3 dicembre a Jesi il responsabile industriale del gruppo, Vincenzo Retus: «L’azienda parla di investimenti su Jesi e Modena – dicono i delegati – ed è un bene. Ma non vorremmo che il cambio di strategia industriale metta in discussione i punti di forza che hanno tenuto a galla lo stabilimento di Jesi in questi anni».
Un’altra preoccupazione del sindacato, riportata anche in questo articolo, riguarda la sicurezza: «Nelle ultime due settimane sono stati tre gli incidenti e due avrebbero potuto avere conseguenze gravi. Con ritmi di lavoro sempre più elevati, mancano formazione e ricambio generazionale, in uno stabilimento dove l’età media è ormai over 50».
«Il gruppo mira ad aggredire il mercato per divenire primo in Europa e vuol puntare su una standardizzazione che punti prioritariamente sul prodotto di fascia medio-alta, trattori più grandi e più costosi. Ma la forza di Jesi, dove ora si lavora su sette, otto gamme per circa 250 varianti, è sempre stata la differenziazione e la capacità di venire incontro alle esigenze variegate del mercato. Ci è stato per ora garantito che resterà qui la realizzazione dei trattori più piccoli, le “specialine” richieste per l’utilizzo in vigneti e frutteti, che hanno rappresentato il 30% del prodotto e la salvezza del sito di Jesi. Ma chiediamo che ci sia chiarezza rispetto al timore che possano finire all’estero le produzioni di prezzo più basso sul mercato». Sottolinea Fiom Cgil: «A Jesi dai 1.1100 lavoratori di un tempo si è passati agli attuali 780 e non si assume dal 2014. Da allora, ogni anno sono stati una ventina i giorni in media di cassa integrazione. Per il 2020 l’azienda ha detto di avere in programma 15 giorni di cassa nei primi tre mesi. Da aprile dovrebbe partire un aumento di volumi produttivi: dai 16.700 trattori con cui chiuderemo il 2019 un lieve incremento dovrebbe portarci a 17.300».
Ripreso dai giornali del 28 novembre 2019, QdM e Centropagina.
«Antonio e Marcello, se ne sono andati due uomini d’altri tempi», titola Vivere Jesi del 22 aprile 2019, pubblicando un bel ricordo di Giordano Cotichelli . Il primo, Antonio Giulioni, « ‘l giornalaro della staziò», lo conoscevo bene perché ero anch’io di quelli che andavano spesso lì a prendere il giornale, dopo avere sfogliato gli altri in esposizione: sfogliavi il giornale e ti scambiavi battute con Antò, che non stava mai zitto e fermo, oppure lo seguivi nelle battute che scambiava con gli altri. Il secondo, Marcello Luzi, non lo conoscevo direttamente ma solo di fama, perché anche lui era un personaggio assai conosciuto in città.
«Marcello e Antonio figli di un mondo altro – scrive il lettore che li ricorda – rudi nei modi, ma col cuore d’oro, e d’oro pure le mani. Abitavano in un quartiere che per qualcuno può sembrare una bella location per sagre, eventi e movida, per molti significava – e in non pochi casi lo è ancora – una vita non sempre facile in un ambiente altrettanto difficile. Una visione che è stata ricordata ulteriormente alcune settimane fa nella presentazione del libro “La Simeide” di Tullio Bugari, in un Palazzo dei Convegni gremito di vecchi operai della Sima, dei quali molti abitavano a San Pietro, che stava lì, a due passi.»
L’articolo cita il mio libro La Simeide e la bella serata di presentazione, gremita di gente, appena un mese fa, al Palazzo dei Convegni, e La Simeide infatti è non solo la storia di una vertenza, che di per sé potrebbe essere raccontata in modo arido, ma è la rievocazione di tutto quel mondo che le stava attorno o ci viveva dentro, e che ancora fa parte della nostra identità.
E anche Antonio negli anni precedenti lavorava alla Sima di Jesi, a due passi da casa sua nello storico stabilimento di via Mazzini, la cui crisi lo spinse a trovarsi come occupazione alternativa l’edicola della stazione. E quindi è di nuovo La Simeide. Questo libro mi ha richiesto circa quattro anni di lavoro, durante i quali ho scritto un romanzo ‘di prova’ che è ambientato a Jesi nel 1977, e che ho pubblicato un anno prima della Simeide, nel 2018, con lo strano titolo ‘E Riavulille, i diavoletti che nella smorfia napoletana sono appunto il numero “77”, da noi anche “le gambe delle donne” ma io nascosto dietro ai doppi sensi alludevo ai movimenti politici di quell’anno, ambientandoli però a Jesi. Faccio rivivere insieme un gruppo di studenti e di operai, mondi diversi che in una piccola città s’intrecciano, e a un certo punto racconto un aneddoto, che ho raccolto da operai della Sima e so che è vero, anche se non so distinguere quanto in esso sia stato tramandato in modo colorito e un poco goliardico, aggiustandolo, ma sempre nel rispetto della quantità di produzione assegnata. E già che ci sono, anch’io lo riporto romanzandolo un po’. Il protagonista è Antonio, con ‘le mani d’oro’ come si dice nell’articolo di Vivere Jesi, simbolo nell’episodio specifico del romanzo della professionalità operaia:
«L’anno prima gli era capitato di fare il turno di notte nel reparto delle pompe plassy, quando il più esperto della squadra aveva tirato fuori dalla cassetta degli attrezzi una chiave e aveva iniziato a smanovrare misterioso sulla macchina. Gli altri attorno a chiedersi e lui soltanto quando la curiosità era colma si era voltato ammiccando: “Due minuti e vedrete che bellezza, il lavoro di un turno in tre ore” e tutti avevano già iniziato a pregustare la pennica per il resto della notte. E così era stato. A fine turno, belli riposati, avevano riprogrammato la macchina per la quantità ordinaria di pezzi e poi erano andati a casa a dormire ancora qualche ora. Ci sapevano fare, della professionalità operaia loro conoscevano anche questi risvolti sconosciuti ai più. Una sera per controllarli avevano mandato un sorvegliante più stronzo del normale, ma loro agganciati alla gru del carro ponte s’erano fatti trasportare su in una nicchia addossata al soffitto, come rondini, a guadagnarsi la meritata pennica della seconda parte della notte, e giù in basso il sorvegliante che si aggirava dappertutto senza trovarli ma il giorno dopo la produzione era tutta al suo posto.»
Trovo questa storia molto divertente, la inserisco nelle pagine iniziali di ‘E Riavulille, e poi più avanti la riprendo di nuovo, confrontandola con le ideologie pre-liberiste già in voga allora e citando altri aneddoti dai quali emerge – emergeva già allora, perché sono aneddoti veri – che paradossalmente in tante occasioni si preferisce distruggere la professionalità operaia e avere al suo posto manodopera dequalificata, che non sia in grado di controllare il lavoro. Mondi di ieri e mondi di oggi. Nell’articolo su Vivere Jesi, si descrive assai bene questo tipo di verità raccontando della creatività artigianale del falegname Marcello.
STUDENTI E OPERAI UNITI NELLA LOTTA. A farmi tornare in mente questo vecchio slogan nato nel ’68 (lo stesso anno della foto qui accanto) tanto lontano e così dimenticato da apparire oggi svuotato di senso, sono stati due inviti che ho ricevuto di recente, e che il caso ha voluto che arrivassero quasi insieme, molto vicini tra loro.
— SABATO 13 incontro gli STUDENTI delle classi quinte dell’Ipsia di Jesi: portiamo a scuola il reading concerto Vi Cunto e Canto la Libertà, con racconti e canzoni su episodi del Novecento, dalla Resistenza agli anni Ottanta, e concluderemo ricordando una bella lettera di solidarietà che 1364 studenti jesini consegnarono il 20 gennaio 1987, attraverso il Sindaco Fava, agli operai della Sima di Jesi in lotta per mantenere aperta la loro azienda. Durante il reading inviteremo a leggere quella lettera a uno degli studenti di oggi, nato del duemila, che allora non c’era.
— LUNEDÌ 15 incontro gli OPERAI della Caterpillar in assemblea, in quello che fu proprio lo stabilimento della Sima in via Roncaglia, che non fu smantellato e ancora oggi funziona. Vi sarà con me Giordano Mancinelli, primo Presidente dello storico Consiglio di Fabbrica della Sima, e ricorderemo proprio quella lunga e caparbia lotta – che racconto nel libro La Simeide. Una lotta vincente – la quale diede il principale contributo alla continuità di quella realtà produttiva.
Penso che inizierò il mio intervento leggendo proprio la lettera di quegli studenti di 32 anni fa – e magari qualcuno di loro si trova proprio in mezzo a questi operai di oggi – i quali allora terminavano il loro attestato di solidarietà con queste parole: “Fra pochi anni il mondo dovrà accogliere anche noi. Siamo convinti che formarci per un futuro diverso sia non solo un nostro diritto ma soprattutto un nostro dovere. Non deludete i nostri sforzi e le nostre speranze.” Trovo questa frase, scritta venti anni dopo il ’68, molto bella e capace di restituirci anche il significato pieno di quello slogan che ho citato all’inizio, e mi piace l’idea di trovarmi ora a fare come da staffetta tra i due incontri che avrò sabato con gli studenti e lunedì con gli operai.
L’incontro con gli studenti dell’Ipsia il 13 aprile (ALTRE FOTO)L’assemblea con gli operai della Caterpillar il 15 aprile