La Simeide, a Monte San Giusto

Alcune foto ricordo del reading La Simeide mercoledì 11 dicembre a Monte San Giusto, invitati dall’associazione LibRisate in una bella e antica sala, a Palazzo Bonafede. Su fb c’è anche una registrazione video dell’intera serata; presente con noi, per la prima volta, Alessia Costantini con il suo flauto. Trattandosi della vigilia del cinquantesino di quella grande tragedia che fu “la bomba di Piazza Fontana”, conosciuta anche come la “Strage di Stato”, abbiamo chiuso la serata con la nostra canzone Vi Estas Pino, dedicata al ferroviere anarchio Giuseppe Pinelli.

Cose operaie di oggi

Non so bene perché e in base a quale strana suggestione di assonanze – forse per i richiami ai cambi di strategia produttiva, in vista di un ampliamento dei mercati? Oppure per un richiamo a condizioni di lavoro “psicofisiche” più dignitose? – ma oggi ho voluto raccogliere proprio qui, su questo blog dedicato alle storiche lotte alla Sima di Jesi, così giusto per conservarne memoria in archivio, un po’ di rassegna stampa su cose operaie di oggi, 28 novembre 2019, che potrebbero anche essere di “normale amministrazione”, sullo stabilimento di Jesi del gruppo CNH Industrial, uno dei più importanti presenti nella regione. Due articoli usciti in contemporanea su due giornali online molto attenti, sempre, a tutto ciò che riguarda questo nostro angolo di mondo, e in questo caso specifico ci riferiscono direttamente le dichiarazioni dei delegati dei lavoratori.

Jesi, davanti ai cancelli dello stabilimento CNH, da sinistra: Tiziano Beldomenico, Lorenzo Morganti, Giacomo Scaloni, Maurizio Gabrielli e Francesca Casavecchi

Il primo, QdM, riporta già nel titolo le tre parole chiave scelte dalla Fiom: salute, sicurezza, futuro, e nel sottotitolo aggiunge il commento degli operai: «A noi va bene crescere sul mercato ma in condizioni psicofisiche dignitose. La forza lavoro va rigenerata, viene chiesto sempre di più ma non c’è mai stato un aumento». La fabbrica attualmente – viene spiegato nell’articolo – conta 780 lavoratori e lavoratrici, di cui 90 impiegati, con una media di 55 anni di età, senza considerare le ditte esterne. Fino a quattro anni fa i lavoratori erano 1.000: «Serve forza lavoro giovane e formata – spiega Lorenzo Morganti, delegato Rsa Fiom Rsl. Negli ultimi tempi ci sono stati tre gli incidenti, di cui due gravi, ai quali sono seguiti gli scioperi. Ci viene chiesto sempre di più ma le linee sono 10, l’età media è alta e non vengono fatte assunzioni dal 2014. Da allora, inoltre, siamo in cassa integrazione ordinaria per circa 20 giorni all’anno».

L’azienda ha comunicato una nuova strategia industriale: «L’idea è quella di aggredire il mercato con una produzione nuova per diventare leader in quello europeo e non solo: ciò comporta investimenti per lo stabilimento jesino che non ci trovano contrari. Vogliamo capire però cosa comporta per il nostro stabilimento» continua Morganti. L’azienda ha già annunciato la chiusura di uno stabilimento a Milano e di un’altro a Torino. In altre strutture la produzione di alcune parti sono state trasferite verso mercati del lavoro più convenienti, come la Turchia.

«A noi va bene crescere sul mercato – precisa Giacomo Scaloni, anche lui delegato Rsa Fiom -, ma in condizioni psicofisiche dignitose. La forza lavoro va rigenerata. Le specialine, trattori per vigneti e frutteti che sono il 30% della nostra produzione, sono stati il salvavita di questo stabilimento: ora ci si chiede di lavorare anche per mezzi molto più grandi allo scopo di conquistare il mercato. La nuova sfida va bene ma devono esserci certezze o l’azienda è a rischio anche per le generazioni future. I ritmi aumentano ma non è possibile stare in linea di montaggio fino a 60 anni, c’è poca attenzione alla salute e alla sicurezza dei lavoratori».

«L’azienda intende aggredire il mercato con un prodotto importante – spiega Tiziano Beldomenico segretario provinciale Fiom Ancona -. Ma l’attenzione primaria è la produzione, la sicurezza invece viene dopo. Quando ci sono picchi produttivi si fa ricorso alle ditte esterne ma questi ragazzi, spesso, non hanno una formazione adeguata sul piano della sicurezza. Anche il salario è fermo dal 2014: viene chiesto sempre di più ma non c’è mai stato un aumento».

L’altro giornale è Centropagina, che ugualmente dedica il titolo a questa richiesta di «Chiarezza sul futuro e più sicurezza allo stabilimento di Jesi»; poi riporta nel sottotitolo la dichiarazione dei delegati: «L’azienda parla di investimenti ed è un bene ma non vorremmo che la strategia industriale metta in discussione i punti di forza che ci hanno tenuti a galla in questi anni». Nelle ultime due settimane tre incidenti che avrebbero potuto avere conseguenze gravi.

L’articolo conferma con altre parole quanto scritto dai colleghi di QdM, riferendo anche in questo caso le dichiarazioni raccolte dai delegati direttamente all’esterno dello stabilimento; la loro maggiore preoccupazione riguarda il significato di questo cambio di strategia, già anticipato nei giorni scorsi in un incontro a Modena, e sul quale è atteso il 3 dicembre a Jesi il responsabile industriale del gruppo, Vincenzo Retus: «L’azienda parla di investimenti su Jesi e Modena – dicono i delegati – ed è un bene. Ma non vorremmo che il cambio di strategia industriale metta in discussione i punti di forza che hanno tenuto a galla lo stabilimento di Jesi in questi anni».

Un’altra preoccupazione del sindacato, riportata anche in questo articolo, riguarda la sicurezza: «Nelle ultime due settimane sono stati tre gli incidenti e due avrebbero potuto avere conseguenze gravi. Con ritmi di lavoro sempre più elevati, mancano formazione e ricambio generazionale, in uno stabilimento dove l’età media è ormai over 50».

«Il gruppo mira ad aggredire il mercato per divenire primo in Europa e vuol puntare su una standardizzazione che punti prioritariamente sul prodotto di fascia medio-alta, trattori più grandi e più costosi. Ma la forza di Jesi, dove ora si lavora su sette, otto gamme per circa 250 varianti, è sempre stata la differenziazione e la capacità di venire incontro alle esigenze variegate del mercato. Ci è stato per ora garantito che resterà qui la realizzazione dei trattori più piccoli, le “specialine” richieste per l’utilizzo in vigneti e frutteti, che hanno rappresentato il 30% del prodotto e la salvezza del sito di Jesi. Ma chiediamo che ci sia chiarezza rispetto al timore che possano finire all’estero le produzioni di prezzo più basso sul mercato». Sottolinea Fiom Cgil: «A Jesi dai 1.1100 lavoratori di un tempo si è passati agli attuali 780 e non si assume dal 2014. Da allora, ogni anno sono stati una ventina i giorni in media di cassa integrazione. Per il 2020 l’azienda ha detto di avere in programma 15 giorni di cassa nei primi tre mesi. Da aprile dovrebbe partire un aumento di volumi produttivi: dai 16.700 trattori con cui chiuderemo il 2019 un lieve incremento dovrebbe portarci a 17.300».

Ripreso dai giornali del 28 novembre 2019, QdM e Centropagina.

“La Simeide” a Bookcity Milano

Ho recuperato qualche foto della trasferta a Bookcity, domenica 17 novembre alla Portineria 14 in via Troilo a Milano, in uno degli spazi dedicati agli autori ed editori marchigiani. Nelle foto si possono vedere, oltre all’editore Alessandro Seri, alcuni degli amici milanesi che hanno risposto all’invito e partecipato alla serata: Antonio Pizzinato, Silvia Pinelli, Claudia Pinelli, Maurizio Gusso, e poi c’erano anche altri sfuggiti allo scatto del fotografo.

Questa di Milano è la dodicesima presentazione dal 22 marzo di quest’annno, da quando il libro è uscito, a cui posso aggiungere tutte le altrettante occasioni in reading concerto con la Vi Cunto e Canto band, in cui “un pezzo di Simeide” con almeno una delle canzoni dedicate è entrato dentro la scaletta presentata, ogni volta che si racconta di lotte operaie, di diritti, di partecipazione e di lavoro. Altre serate sono già in programma. Tutte occasioni utili per ricordare le lotte di ieri e puntare di nuovo l’attenzione su quelle di oggi, così come ha sottolineato nel suo intervento Antonio Pizzinato, durante la conversazione seguita alla mia introduzione.

Epopea operaia di una lotta vincente

di Massimo Lanzavecchia (pubblicato nella rubrica “Rassegna Libertaria”, A rivista anarchica n° 436, estate 2019): «Cesare Tittarelli era già stato l’anima operaia e sindacale dell’Organizzazione Anarchica Marchigiana che con Tullio, giovani studenti nei primi anni ’70, abbiamo condiviso. Cesare ci ha lasciato da un po’ d’anni. Non c’è alcuno che, avendolo frequentato, non gli abbia riconosciuto intelligenza, passione, dedizione.»

La Simeide a “Macerata Racconta”, maggio 2019: Massimo Lanzavecchia che conversa con me e la Vi Cunto e Canto band mentre esegue “Treni alla stazione”

È uscito a marzo un libro bello, intenso e coraggioso, che fa rivivere un’epopea operaia lunga quasi vent’anni, dalla fine degli anni ’70 alla metà dei ’90 del Novecento. Il libro è La Simeide. Una lotta vincente di Tullio Bugari (Seri Editore, Macerata 2019, pp. 353, € 15,00).
Quello che scorre nelle pagine, in una cronaca incalzante narrata con sapienza, è un protagonista corale: operai in assemblee e cortei, delegati e sindacalisti nei Consigli di Fabbrica e di Zona, padroni che fuggono e altri che ci credono, sindaci e politici e partiti in consigli comunali e a facilitare trattative, studenti che si mobilitano e cittadini che applaudono gli operai in lotta.
La fabbrica è la SIMA di Jesi nelle Marche, coi suoi 700 operai che la salveranno insieme con gran parte dei posti di lavoro. Operaio tra gli operai c’è Cesare Tittarelli, anarchico, delegato nel CdF, in prima fila nella lunga lotta, fuori dalla lista dei riassunti. È una storia lontana, che parla però forte al presente.
Parla al presente per la memoria di persone che non devono essere dimenticate, e di vicende che non devono andare perdute. Parla al presente per la qualità della democrazia in cui viviamo, così incerta oggi da dovere saper attingere a esperienze di così grande partecipazione: di persone, comunità, soggetti collettivi politici, sindacali, sociali. Parla al presente anche per l’affidabilità delle fonti: cronache d’epoca, ricerche, archivi personali, memorie orali; per “raccontare dal punto di vista operaio”, scrive l’autore; ma anche – guardando alla contemporaneità – per riaffermare il valore delle fonti storiche contro la dittatura della post-verità, di un’autoreferenzialità per cui ogni opinione è vera e ogni fatto vale quanto un altro, in una sorta di inversione di valore di quella democrazia diretta che Cesare Tittarelli e gli operai della SIMA hanno saputo praticare.
Di fronte a un’impasse nella trattativa “la reazione degli operai è immediata […] escono dallo stabilimento di Roncaglia e vanno a bloccare la ferrovia […]: c’è chi [Cesare] si incarica di intralciare i binari ed esce dallo stabilimento con un muletto, si arrampica sulla scarpata, prosegue per alcune centinaia di metri in direzione di Jesi seguito dagli operai come in una specie di corteo, e poi lo lascia in mezzo ai binari, estrae le chiavi e le scaglia lontano in mezzo all’erba alta della campagna, gridando: Voglio vedere chi lo toglie!”

“Treni alla stazione” in versione live al Centro Studi Libertari di Jesi, durante una serata dedicata a Cesare e Duilio (settembre 2018).

Dentro il vivo d’un racconto in presa diretta, ecco un primo dilemma: trattativa e lotta, responsabilità e radicalità; perché il “senso di responsabilità […] si costruisce ogni giorno, e occorre ogni volta riguadagnarselo tra le tante discussioni interne, con opposti punti di vista, ma pronti a ricomporsi”, anche ricorrendo ad azioni aspre: “Il blocco si prolungava e la polizia aveva cominciato a prepararsi per sgomberare i binari con la forza […] Poi arriva dalla direzione opposta un altro treno […] e allora gli operai indietreggiano […] arrivano in fondo, dove ai lati della ferrovia appare la città e c’è il passaggio a livello, chiuso […] È mezzogiorno, molti operai di fabbriche e officine vicine stanno tornando dal lavoro e sono fermi lì […] e dai balconi e dalle finestre la gente si sta affacciando […] e inizia a battere le mani agli operai. Dirigenti della polizia e delegati del CdF parlamentano di nuovo, alla fine si accordano, prima smobilitano i poliziotti e dopo cinque minuti si impegnano a farlo anche gli operai. Ma dopo.”
Quelli erano anni in cui partiti, istituzioni, eletti avevano spesso un rapporto reale con la base, e forti erano anche le spinte dal basso, esperienze di autonomia e autogestione. “Il Consiglio Comunale all’unanimità esprime parere favorevole alla trattativa”; la strategia operaia “non poteva avere confini aziendali ma doveva anche ricercare all’esterno l’unità necessaria […] su proposta del CdF si costituisce un Comitato interpartitico a cui aderiscono Pci, Dc, Pri, Psdi, Pdup e Amministrazione comunale.”
Ma ecco, da contrappunto, l’operaio comunista Giordano Mancinelli che puntualizza con orgoglio: “Le iniziative erano sempre le nostre, le lotte, le assemblee, i blocchi sulla strada statale, e anche quando andammo a Roncaglia ad aprire la manopola del gas, perché ci avevano interrotto la fornitura, e ci prendemmo la denuncia, mica chiedemmo prima ai sindacati o ad altri, decidemmo da soli di andare.” E “se c’era uno che spingeva continuamente, e diede un contributo fondamentale, era proprio Cesare Tittarelli”.
Ecco un secondo dilemma che il libro ci squaderna continuamente davanti, tra democrazia diretta e delegata, che la realtà d’allora e di oggi pone con evidenza come questione permanente.
Quella vertenza ebbe un esito innegabilmente positivo. Eppure l’autore sente di doverlo ribadire nelle ultime righe del libro, quasi ad esorcizzare contraddizioni e limiti, su cui ancora una volta è Cesare Tittarelli, il libertario, a riflettere; lui che, non riassunto dalla sua fabbrica e costretto a trovarsi un lavoro diverso, guida fino all’ultimo il comitato dei “cento operai senza fabbrica” che – dice – “si sono dovuti arrangiare: chi consegna pacchi, chi fa l’ambulante, chi è rientrato in fabbrica ma con profili di basso livello. Altri si sono persi di vista […] Purtroppo, anche oggi che il Comitato chiude per missione compiuta, non me la sento di cantare vittoria.”
Ecco un terzo dilemma che il libro non può certo risolvere, e che si presenta anch’esso come parte di un’idea regolativa per una democrazia più vera, quello tra inclusione e esclusione, integrità e compromesso.
Cesare Tittarelli era già stato l’anima operaia e sindacale dell’Organizzazione Anarchica Marchigiana che con Tullio, giovani studenti nei primi anni ’70, abbiamo condiviso. Cesare ci ha lasciato da un po’ d’anni. Non c’è alcuno che, avendolo frequentato, non gli abbia riconosciuto intelligenza, passione, dedizione.
Tullio Bugari lo fa qui con discrezione, dentro il protagonismo collettivo di una lunga vertenza operaia, magistralmente narrata come epopea di un’intera comunità.





Al Lingotto di Torino

Salone del libro di Torino 2019, stand della Regione Marche. Nel video un momento della presentazione del mio libro dedicato alla lotta degli operai della Sima di Jesi: “La Simeide. Una lotta vincente”. Vicino a me Alessio Ruffoni di Seri Editore e poi l’amica Loretta Emiri, che aveva appena finito di presentare i suoi racconti “Discriminati”; Loretta era accompagnata dallo scrittore Cristino Wapichana, membro del movimento degli scrittori indigeni brasiliani, in Italia per raccontare la realtà degli indios brasiliani, e quindi ospite anche del nostro spazio al Salone. Due libri, il mio e di Loretta, assai diversi nei temi anche se con una comune “angolazione dello sguardo”, ma non c’è stato tempo di confrontarci davvero perché al Salone i tempi sono veloci, così nel mio intervento ho ripreso soltanto una coincidenza involontariamente ironica: il 1977, questo anno così particolare e denso della nostra storia, è lo stesso nel quale Loretta inizia il suo viaggio quasi ventennale in Brasile e tra i suoi popoli indigeni della foresta amazzonica, e nel quale gli operai della Sima di Jesi scoprono che anche i soldi della loro azienda si sono trasferiti in Brasile ma nello Stato di San Paolo, per scelta della Proprietà e a loro insaputa, con il rischio di dover chiudere, e così iniziano la loro lotta, anche questa quasi ventetennale, per ribadire il loro diritto di “esserci”.

Vi Cunto e Canto il Lavoro

Macerata Racconta, 4 maggio 2019

Con la Simeide e i racconti e le canzoni di Vi Cunto e canto, dalla fiera del libro di Macerata Racconta il 4 maggio al Salone del Libro a Torino il 10 maggio, con altre tappe intermedie a ricordare le lotte contadine e operaie.

Dal 25 aprile della Resistenza al Primo Maggio delle lotte per il lavoro, si è concluso domenica 5 maggio al Circolo Arci Centro Sociale di Montecarotto (An) un tour di iniziative su questi temi, con un reading concerto sulle lotte contadine e operaie dal dopoguerra agli anni Ottanta: letture e storie dai libri di Tullio Bugari “L’erba dagli zoccoli” , “E Riavulille” e “La Simeide” e canzoni della “Vi Cunto e Canto band”.

Macerata Racconta, 4 maggio 2019

Erano presenti nei locali del circolo più di cento soci, tra cui molti anziani loro stessi protagonisti di queste lotte da non dimenticare, che hanno permesso tante conquiste democratiche nel nostro paese.

Tra i racconti della serata, le lotte dei contadini senza terra del Sud, con le storie di Portella della Ginestra, Melissa e Montescaglioso, poi lo sciopero a rovescio di Lentella (Abruzzo), il grande sciopero dei braccianti al nord nel 1949 e i mezzadri nel Centro Italia, con una dedica ai sindacalisti del paese che ci ospitava, Montecarotto, in terra di verdicchio, allora al centro delle mobilitazioni dei mezzadri.

Montecarotto, 5 maggio 2019

In chiusura, la lotta vincente degli operai della Sima di Jesi.

Il libro, “LA SIMEIDE”, di Seri Editore e prodotto con un contributo di Arci Marche, Fiom Cgil e Spi Cgil Ancona e Istituto Gramsci sezione di Jesi, il 4 maggio era stato presentato alla fiera dell’editoria Macerata Racconta e venerdì 10 sarà al Salone di Torino.

“La Simeide” vuole esserci, al Lingotto, anche perchè la Sima era legata a filo doppio con la Fiat, come fornitore e perché il suo proprietario era il nipote ed erede unico di Vittorio Valletta, nonché responsabile della crisi finanziaria che minacciò di far chiudere la Sima, e allora da Jesi, negli anni dei licenziamenti alla Fiat e della marcia dei quarantamila, non ebbero paura con un blocco delle merci di bloccare per alcune giorni alcune linee di produzione della Fiat a Torino. Un motivo in più – nella difficile discussione di questi giorni attorno al Salone del libro –  per cui insieme all’editore si è deciso di essere presenti per raccontare questa storia di lotta e di lavoro, che fu vincente, proprio al Lingotto. (dal sito dell’Arci nazionale).

Marcello e Antonio figli di un mondo altro

«Antonio e Marcello, se ne sono andati due uomini d’altri tempi», titola Vivere Jesi del 22 aprile 2019, pubblicando un bel ricordo di Giordano Cotichelli . Il primo, Antonio Giulioni, « ‘l giornalaro della staziò», lo conoscevo bene perché ero anch’io di quelli che andavano spesso lì a prendere il giornale, dopo avere sfogliato gli altri in esposizione: sfogliavi il giornale e ti scambiavi battute con Antò, che non stava mai zitto e fermo, oppure lo seguivi nelle battute che scambiava con gli altri. Il secondo, Marcello Luzi, non lo conoscevo direttamente ma solo di fama, perché anche lui era un personaggio assai conosciuto in città.

«Marcello e Antonio figli di un mondo altro – scrive il lettore che li ricorda – rudi nei modi, ma col cuore d’oro, e d’oro pure le mani. Abitavano in un quartiere che per qualcuno può sembrare una bella location per sagre, eventi e movida, per molti significava – e in non pochi casi lo è ancora – una vita non sempre facile in un ambiente altrettanto difficile. Una visione che è stata ricordata ulteriormente alcune settimane fa nella presentazione del libro “La Simeide” di Tullio Bugari, in un Palazzo dei Convegni gremito di vecchi operai della Sima, dei quali molti abitavano a San Pietro, che stava lì, a due passi.»

L’articolo cita il mio libro La Simeide e la bella serata di presentazione, gremita di gente, appena un mese fa, al Palazzo dei Convegni, e La Simeide infatti è non solo la storia di una vertenza, che di per sé potrebbe essere raccontata in modo arido, ma è la rievocazione di tutto quel mondo che le stava attorno o ci viveva dentro, e che ancora fa parte della nostra identità.

E anche Antonio negli anni precedenti lavorava alla Sima di Jesi, a due passi da casa sua nello storico stabilimento di via Mazzini, la cui crisi lo spinse a trovarsi come occupazione alternativa l’edicola della stazione. E quindi è di nuovo La Simeide. Questo libro mi ha richiesto circa quattro anni di lavoro, durante i quali ho scritto un romanzo ‘di prova’ che è ambientato a Jesi nel 1977, e che ho pubblicato un anno prima della Simeide, nel 2018, con lo strano titolo ‘E Riavulille, i diavoletti che nella smorfia napoletana sono appunto il numero “77”, da noi anche “le gambe delle donne” ma io nascosto dietro ai doppi sensi alludevo ai movimenti politici di quell’anno, ambientandoli però a Jesi. Faccio rivivere insieme un gruppo di studenti e di operai, mondi diversi che in una piccola città s’intrecciano, e a un certo punto racconto un aneddoto, che ho raccolto da operai della Sima e so che è vero, anche se non so distinguere quanto in esso sia stato tramandato in modo colorito e un poco goliardico, aggiustandolo, ma sempre nel rispetto della quantità di produzione assegnata. E già che ci sono, anch’io lo riporto romanzandolo un po’. Il protagonista è Antonio, con ‘le mani d’oro’ come si dice nell’articolo di Vivere Jesi, simbolo nell’episodio specifico del romanzo della professionalità operaia:

I luoghi della vecchia Sima – foto di Adriana Argalia

«L’anno prima gli era capitato di fare il turno di notte nel reparto delle pompe plassy, quando il più esperto della squadra aveva tirato fuori dalla cassetta degli attrezzi una chiave e aveva iniziato a smanovrare misterioso sulla macchina. Gli altri attorno a chiedersi e lui soltanto quando la curiosità era colma si era voltato ammiccando: “Due minuti e vedrete che bellezza, il lavoro di un turno in tre ore” e tutti avevano già iniziato a pregustare la pennica per il resto della notte. E così era stato. A fine turno, belli riposati, avevano riprogrammato la macchina per la quantità ordinaria di pezzi e poi erano andati a casa a dormire ancora qualche ora. Ci sapevano fare, della professionalità operaia loro conoscevano anche questi risvolti sconosciuti ai più. Una sera per controllarli avevano mandato un sorvegliante più stronzo del normale, ma loro agganciati alla gru del carro ponte s’erano fatti trasportare su in una nicchia addossata al soffitto, come rondini, a guadagnarsi la meritata pennica della seconda parte della notte, e giù in basso il sorvegliante che si aggirava dappertutto senza trovarli ma il giorno dopo la produzione era tutta al suo posto.»

Trovo questa storia molto divertente, la inserisco nelle pagine iniziali di ‘E Riavulille, e poi più avanti la riprendo di nuovo, confrontandola con le ideologie pre-liberiste già in voga allora e citando altri aneddoti dai quali emerge – emergeva già allora, perché sono aneddoti veri – che paradossalmente in tante occasioni si preferisce distruggere la professionalità operaia e avere al suo posto manodopera dequalificata, che non sia in grado di controllare il lavoro. Mondi di ieri e mondi di oggi. Nell’articolo su Vivere Jesi, si descrive assai bene questo tipo di verità raccontando della creatività artigianale del falegname Marcello.

(Qui, per leggere per intero il ricordo di Antonio e Marcello pubblicato da Vivere Jesi).